Tra Balcani e Caucaso, il ricordo di due esperienze decisive

Questo è il racconto di due esperienze molto simili e molto diverse tra loro, che ho fatto grazie all’associazione Vicolocorto e che hanno influito notevolmente su quello che farò in futuro – già lo so, alcune cose le sai appena succedono. Agli inizi di gennaio 2014, dopo cinque mesi di disoccupazione prolungata, ero decisamente un po’ depressa, il mio ragazzo era sempre fuori per lavoro e nonostante le cose non andassero bene in nessun campo non avevo la forza per cambiare le cose. Ho scoperto per caso Vicolocorto, cercando proposte di esperienze lavorative all’estero, e ho deciso di partecipare al Training Course che si sarebbe svolto a febbraio, in Albania: per l’esattezza a Korça, una città di cui non sapevo assolutamente nulla. A dire il vero, non sapevo proprio niente dell’Albania in generale, né avevo un’idea precisa di cosa mi avrebbe offerto questo corso. Sono però una persona estremamente curiosa, e quindi ho lasciato da parte la diffidenza e la paura e sono partita. Sul bus diretto dall’aeroporto verso il centro di Tirana, già ero un po’ spaventata: il mio contatto albanese mi aveva detto soltanto che una volta lì avrei dovuto chiedere le indicazioni per il pullman che mi avrebbe portata a Korça. Pensavo sarebbe stato difficile, invece appena scesa dal bus è arrivato un signore che si è spontaneamente offerto di aiutarmi, ed è stato esilarante fermare il pullman che era appena partito, bloccandolo in mezzo alla strada.

Dopo cinque ore di viaggio (per 180 km di strada!) in compagnia di un gruppo di anziani signori albanesi che per farmi sentire a mio agio cantavano con me le canzoni di Biagio Antonacci che passavano alla radio – non mi piace la sua musica, ma quel momento è stato decisamente commovente – sono arrivata a Korça. Lo scenario inizialmente mi è sembrato desolante: il mercato era vuoto, era sera, c’erano un paio di cani randagi in giro che mi spaventavano un po’. Per fortuna a farmi compagnia è rimasto Churchill – si chiamava così, come il ministro inglese!- uno dei signori del pullman, preoccupato di lasciarmi sola. Ho aspettato in un caffè, dopo mezz’ora è arrivato il mio contatto albanese e sono arrivata all’hotel dove eravamo sistemati. Lì è iniziata un’esperienza bellissima: ho trascorso una settimana insieme a ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte d’Europa, greci, turchi, lituani,serbi, croati, sloveni, polacchi, albanesi, macedoni, spagnoli.

I primi due giorni eravamo tutti storditi dalla differenza culturale, le conversazioni vertevano inevitabilmente sulla curiosità che ciascuno aveva di scoprire il paese dell’altro, e i nostri trainers avevano ideato una serie di “giochi sociali” per rendere l’atmosfera più calorosa e divertente. Nell’arco di una decina di giorni ci siamo ritrovati a discutere di diritti umani, delle opportunità di lavoro all’estero, dell’importanza di proteggere la propria immagine su internet – il corso era basato sull’utilizzo dei social media e sul social empowerment – e del peso che hanno gli stereotipi nella vita delle persone. E’ una questione che ho sempre preso sottogamba, ma quando mi sono ritrovata a dover raccontare a una adorabile ragazza albanese quali erano gli stereotipi degli italiani nei confronti della sua nazione, mi sono resa conto che non era qualcosa da trascurare. Forse è stato il momento più importante: ritrovarmi in bocca gli aggettivi che tanto facilmente e spesso ho udito nei confronti degli albanesi – sono sporchi, ladri, criminali – e pronunciarli davanti a lei è stato difficile, ma sorprendente. Lei ha annuito, ha detto “beh, certo, nel nostro paese può capitare di incontrare persone così. E siamo molto poveri, quindi magari anche questo influisce sull’immagine che diamo all’estero”, e poi mi ha sorriso. Poi è toccato a me essere giudicata, e mi hanno detto che gli italiani erano mafiosi, non sapevano parlare senza le mani, avevano sempre una sciarpa al collo e le donne erano tutte bellissime. A parte le ovvie risate, mettere a confronto gli stereotipi riguardanti una gran quantità di paesi europei, il tutto nell’arco di un paio d’ore, ci ha fatto percepire quanto spesso fossero basati sul nulla e potessero essere fuorvianti. La sera poi c’erano le feste multiculturali: ogni giorno il rappresentante di un paese preparava una piccola rappresentazione o un video per parlare della propria nazione, offrendoci i prodotti gastronomici tipici. La mia coinquilina, una ragazza croata di trent’anni che come era da poco disoccupata, era la persona ideale per condividere la stanza: la colonna sonora di “Searching for Sugar Man” la sera, una birra dopo cena, la scoperta della bellezza di Korça nelle pause dopo pranzo. Abbiamo creato un gruppo su Facebook, abbiamo riempito le pareti della nostra aula di poster colorati e creativi, e ciascuno di noi ha scoperto qualcosa di più sul concetto di multiculturalità.

Vicolocorto International Training Course February 2014 Albania

La domenica è stata una giornata magnifica, abbiamo fatto una piccola gita al lago di Prespa, un’autentica meraviglia: non ho mai visto un posto del genere. Il lago era limpido, e lo dominava nel mezzo un piccolo isolotto dove si trovava una chiesa ortodossa del XIII secolo, un vero gioiello. Dopo aver fatto il giro della piccola isola siamo tornati in barca nel villaggio di Prespa, dove abbiamo mangiato il pesce di lago cucinato alla maniera macedone. Quel giorno mi sono resa conto che il turismo in Albania non è abbastanza sfruttato, e il mondo non è a conoscenza delle perle naturali che possiede questa terra. A dire il vero, io credo che in pochi conoscano anche l’incredibile gentilezza e ospitalità albanese: durante un giro al mercato i venditori ci fermavano per conoscerci e farsi le foto con noi, uno di loro ha regalato a tutte le ragazze un paio di calzini, e la signora che cucinava i berek – sfoglie croccanti ripiene di formaggio, lo street food tipico – era veramente simpatica!

Quando sono tornata a Roma, alcune cose nella mia vita sono cambiate: io e il mio ragazzo ci siamo lasciati, e alcuni dei presupposti su cui avevo fondato il mio futuro sono stati spazzati via. Non ci ho pensato un attimo: mi sono subito iscritta a un altro corso, questa volta in Georgia, a Kobuleti, sulla costa del Mar Nero: così, il primo maggio ero di nuovo in viaggio, questa volta in compagnia di un’altra amica italiana, Giulia. Mentre per lei era la prima volta, io ero già a conoscenza di come funzionava il Training Course, quindi ho provato meno timidezza il primo giorno, quando abbiamo conosciuto tutti gli altri partecipanti del corso.

Questa volta in nostra compagnia c’erano anche armeni, azeri, ucraini ed estoni, e l’intero hotel era stato occupato dai partecipanti di altri tre progetti Youth in Action. C’erano ragazzi e ragazze dappertutto, e ogni giorno avevi l’occasione di conoscere persone nuove e interessanti, come un ragazzo armeno che nelle pause al lavoro da Mac Donald’s in America aveva imparato a intagliare la frutta in maniera incredibile, oppure come quel gruppo di ragazzi croati che da tre mesi viaggiava in pullman di progetto in progetto, senza ancora aver deciso quale sarebbe stata la tappa finale. Un bagno nel Mar Nero mi ha tolto di dosso tutte le scorie di tristezza che avevo addosso, e i vari workshop e brainstorming che abbiamo fatto durante i giorni di corso mi hanno aiutato a pensare ad altro prima, e poi a considerare realmente cosa potevo fare della mia vita dopo. Il corso approfondiva la nozione di personal branding, cioè la capacità di promuovere sé stessi mettendo in luce le proprie qualità: ci siamo ritrovati a considerare quali erano gli aspetti che preferivamo della nostra personalità, cosa ritenevamo che fosse veramente importante nella nostra vita, quali erano i valori imprescindibili e per che cosa eravamo disposti a farci valere. Tutto ciò può suonare un po’ ingenuo ed effimero, ma mi è sembrato che non mi fossi mai realmente fermata a pensarci su, sempre presa a considerare cosa sarebbe sembrato più cool da fare nella mia vita, non quello che veramente avrei voluto fare. Così, dopo una sessione in cui ci hanno spiegato a cosa serve lo SVE e quali opportunità ti regala, ho capito che è un’esperienza che fa decisamente al caso mio, e che non ho veramente tempo da perdere.

Vicolocorto International Training Course April 2014 Georgia

In questi giorni ho fatto domanda per alcuni progetti in giro per il mondo, ciascuno interessante sia per gli obiettivi del progetto sia per le possibilità di imparare qualcosa di nuovo che ti regala, e non vedo l’ora di partire. La Georgia, come anche l’Albania, mi è rimasta nel cuore, sia grazie al corso e ai nostri compagni con cui ancora adesso mi scrivo e spero di rivedere in futuro, sia per la bellezza del posto in sé. Gli ultimi due giorni ne abbiamo approfittato per fare un salto a Tbilisi, la capitale, e abbiamo confermato sia la nostra idea che la cucina georgiana fosse eccezionale – con il delizioso kachapuri acharuli on my mind – sia che era decisamente un posto affascinante, anche per le sue contraddizioni tipiche di un paese in via di sviluppo: da un lato costruzioni ultramoderne e avveniristiche, dall’altra antichi palazzi un po’ in rovina, cani dappertutto e il turismo ancora poco sviluppato.

Ho scritto che queste due esperienze influiranno sul mio futuro. Come? Ricordandomi, ogni volta che mi capiterà di sentirmi inadeguata o fuori luogo o anche solo un po’ triste – capiterà di sicuro, prima o poi, come a tutti – che la curiosità verso ciò che succede al di fuori di te è quello che ti salva. Il modo migliore per risolvere i propri problemi è affrontarli, certo, ma per farlo c’è bisogno anche di una piccola dose di capacità di relativizzare, ed è un regalo che ti fanno i viaggi e il rapporto con le persone, soprattutto quelle che vivono in modo molto diverso da te. Scoprire che si può pensare e vivere differentemente da come ti è sempre sembrato logico ti aiuta a ristabilire un equilibrio tra il tuo stile di vita e quello che effettivamente vorresti fosse.

Fabia

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