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“Anche il vento cambia colore se si tinge di ciò che tocca” – Cambogia 2022

Mi presento, sono Daria, ho 24 anni e ho preso parte come volontaria al progetto EurAsia 2022 per la destinazione Cambogia. 

È passato un mese dal mio ritorno e mi rendo conto ora più di prima, voltandomi indietro, della fortuna che mi è stata regalata da questa esperienza. 

Dai racconti che mi trovo a fare a chi si interessa al mio viaggio, dalle foto che mi ritrovo a sfogliare, dalle persone con cui mi tengo in contatto e dai ricordi che custodisco, comprendo la ricchezza che mi si è aggiunta. 

Era la mia prima esperienza di volontariato ed il mio primo viaggio da sola fuori dall’Europa, ero un po’ spaventata ed effettivamente il mio arrivo è stato abbastanza traumatico. Dopo un giorno intero di viaggio complessivo, tra la stanchezza e la barriera linguistica ho avuto un momento di totale smarrimento ma raggiunto l’ufficio dell’associazione ospitante, la tensione è andata gradualmente a sciogliersi. 

Giunta all’head Office di CYA, associazione ospitante, sono stata accolta in modo familiare e mi sono state fornite informazioni sulla storia dell’associazione e sui diversi fronti in cui opera. In particolare, CYA lavora sul fronte ambientale (riforestando le mangrovie) e nel campo dell’English teaching in Siem Reap (GEC) e in Angkor Chey (CSD), località a me assegnata. 

CSD consiste in 5 strutture, tre che svolgono la funzione di cucina e alloggio volontari, due deputate invece all’insegnamento (una biblioteca ed una struttura comprendente 2 classi). Alle spalle di queste strutture si trova l’orto, al quale da tempo i volontari long term si dedicano. Della preparazione dei pasti si occupava la moglie del presidente di CYA, la signora Bong Lang, la quale oltre che essere una bravissima cuoca, è anche tanto vicina ai volontari e fa del suo meglio per far sentire tutti a proprio agio.

Durante la mia permanenza il centro contava 7 volontari (me compresa) di cui tre ragazzi tedeschi long term (1 anno), due ragazze francesi short term ed uno o due volontari locali che rimanevano generalmente due settimane ed offrivano un contributo prezioso sia nella didattica dell’inglese, sia nella comprensione di molti aspetti culturali.

La nostra giornata tipo iniziava alle ore 8 con la colazione. Dalle 9 alle 12 ci occupavamo dell’orto e della manutenzione delle strutture deputate all’insegnamento, costruendo ad esempio pareti in legno per isolare le classi dalla pioggia durante i monsoni e ritinteggiando le pareti delle classi. 

Dopo pranzo, dalle 14:30 alle 15:30 si tenevano le prime due lezioni della giornata, in genere due volontari si occupavano dei bambini più piccoli 5-7 anni ed altri due/ tre tenevano la lezione coi bambini di livello intermedio (9-11 anni). Le classi erano in genere da 8/12 bambini. Durante il tardo pomeriggio aveva luogo l’ultima lezione 17:30-18:30 con i ragazzi più grandi (13/16 anni). L’approccio coi più piccoli era basato sul gioco, la musica e il disegno, mentre coi più grandi si inseriva una più consistente componente nozionistica, con l’intento di dare loro il lessico necessario per descrivere necessità di base, ambienti, persone e situazioni quotidiane. 

Grazie alla presenza dei volontari locali abbiamo anche avuto modo di ricevere “Khmer classes” così da avere la possibilità di esprimerci con efficacia con i locali in contesti pratici come il saluto, la richiesta di informazioni. 

Il clima tra noi volontari era molto sereno e di collaborazione, ci accomunava l’apertura e la curiosità, perciò, è risultato molto semplice dialogare e condividere. 

Nonostante mi trovassi bene in CSD, dopo quasi due mesi ho valutato la possibilità di trascorrere le ultime tre settimane nel learning centre di Siem Reap (GEC), così ho chiesto il trasferimento. Straziante salutare i miei compagni europei e miei piccoli studenti, un pezzettino del mio cuore è rimasto lì con loro, ma sentivo il bisogno di vedere di più, di testarmi in un altro ambiente.

Dopo una settimana dalla domanda di trasferimento ho ricomposto i bagagli e mi sono trasferita a Siem Reap, che si trova a 400 km a nord rispetto a dove mi trovavo.

 In GEC ho trovato una realtà totalmente diversa: innanzitutto io ed un volontario tedesco long term eravamo gli unici europei, difatti il learning centre vive di volontari locali, i quali potendo offrire una presenza permanente, costituiscono radici, fusto e rami del sistema. Tutti i giovani volontari locali che ho avuto modo di conoscere svolgono la loro vita, il loro lavoro ma non mancano di dedicare ogni giorno due ore del loro tempo all’insegnamento dell’inglese.

I ragazzi del posto si definiscono di supporto ai volontari internazionali ma in mancanza di questi, gestiscono le classi in autonomia e permettono una preziosa continuità; tantoché molti dei volontari più giovani (ventenni) che ho conosciuto, sono stati a loro volta studenti del learning centre.

GEC Office consiste in una piccola struttura ad appena 5 km dal centro città, con due camere da letto, un bagno, una cucina ed un ampio ambiente esterno dove i volontari siedono per mangiare e trascorrere il tempo libero insieme. A differenza di CSD, dove lezioni e vita dei volontari si svolgevano nello stesso perimetro, in GEC le classi sono situate a dieci minuti in bicicletta dall’ “ufficio”.

In GEC anche la didattica si svolge in modo differente, innanzitutto perché gli studenti sono in media più grandi e con un livello di inglese tendenzialmente più alto, ma anche perché essendo il campo base e il learning centre separati, gli studenti hanno modo di prendere le lezioni più seriamente, intendendo i volontari come degli insegnanti, riservandogli maggior deferenza e rispetto.

In Siem Reap, essendo inserita nel contesto locale, ho avuto l’onore e la fortuna di partecipare ad una cerimonia di fidanzamento, cene di famiglia e compleanni, avendo modo di vivere l’immensa ospitalità delle persone che ho conosciuto. Senza pregiudizio e con un sorriso dovunque andassi, non mancavano mai di riempirmi il piatto e di chiedermi se fossi a mio agio. Ho promesso di tornare a trovare tutti, sia in Angkor Chey, sia in Siem Reap.

La mia permanenza non è stata sempre facile, ho vissuto dei momenti di inadeguatezza, sconforto e frustrazione. Ho dovuto curare dei pizzichi di insetto che si sono infettati, ho contratto i pidocchi e mi sono trovata a mediare delle divergenze ma era nel conto. Dopo 77 giorni in Cambogia mi sono scoperta estremamente grata per ciò che ho accolto e per ciò che avevo già. Grata per aver vissuto un’altra consistenza del tempo e capito che non c’è fretta. Ho imparato a non sentirmi in ritardo rispetto ad un orologio convenzionale e a non sentirmi da meno rispetto ad un supposto standard universale. Ho imparato che avulsa dal contesto abituale, con coscienza e sincerità, posso reinventarmi e trovarmi capace di regalare molto più di ciò che pensavo di avere.

Daria

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